Il cibo è salute, il webinar su packaging e spreco alimentare

Il cibo è salute, il webinar su packaging e spreco alimentare

Il cibo è salute. Ci sono dunque delle cose che non possiamo più permetterci di fare. Non possiamo più permetterci di sprecare cibo, di buttarlo via, perché ormai un terzo del cibo prodotto in tutto il mondo viene sprecato – come dicono i dati della Fao.

Non possiamo più permetterci di riempire le nostre case di imballaggi di ogni tipo, spesso monouso, spesso fonti di pericolo per la sicurezza alimentare.

Perché le alternative ci sono: contenitori riutilizzabili per la spesa sfusa, retine e barattoli da riutilizzare, prodotti alternativi che permettono di superare il ricorso alla plastica. Packaging e spreco alimentare sono stati i due grandi temi approfonditi dal webinar “Scarti alimentari, come ridurli e come gestirli”, organizzato da MDC Perugia sabato 6 marzo nell’ambito del progetto “Il cibo è salute”.

 

plastic waste

 

Il ruolo del packaging

Il packaging chiama in causa il ruolo dei MOCA (materiali e oggetti a contatto con gli alimenti) nella vita quotidiana. Nonché i pericoli per la salute. A illustrare il tema è Rocco Cristaudo, biologo nutrizionista, con un’ampia rassegna sia della legislazione in vigore sia dei pericoli che si annidano nel packaging in plastica che usiamo tutti i giorni – e non solo nella plastica.

In plastica sono confezionati verdura, frutta, latte, pesce. La plastica è ovunque nella dispensa. La plastica si porta dietro grandi problemi legati alla migrazione e cessione di sostanze come additivi, residui e prodotti di neoformazione che “migrano” appunti negli alimenti.

Qualche esempio? Fra gli additivi ci sono i plastificanti, e fra loro gli ftalati. Sono classificati come inquinanti organici persistenti. Possono accumularsi attraverso la catena alimentare e hanno effetti negativi sulla salute umana e sull’ambiente. Agiscono da interferenti endocrini, con effetti negativi quindi su tutti i sistemi sensibili agli ormoni.

C’è il caso del bisfenolo A (BPA), un monomero di base da cui si ottiene il policarbonato, usato nella produzione di plastica rigida e trasparente come quella di biberon, bottiglie e stoviglie. Il BPA può migrare negli alimenti ed è un interferente endocrino. E allora il 1° giugno 2011 è entrato in vigore lo stop alla vendita di biberon con BPA. Dal 2020 c’è anche lo stop alla carta termica con BPA – questo era infatti presente anche sui comuni scontrini. Proprio di recente l’Efsa, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, ha stabilito una riduzione (ulteriore) della Dose giornaliera tollerabile da 0,05 mg/kg di peso corporeo al giorno a 0,005 mg/kg per peso corporeo al giorno.

Altro caso simbolo del binomio packaging & pericolo per la salute è quello della melammina, usata per preparare resine melamminiche, che può migrare negli alimenti. Clamoroso, qualche anno fa, lo scandalo del “latte alla melammina” che ha provocato l’avvelenamento dei neonati in Cina.

C’è poi il caso dell’IXT, isopropiltioxantone, usato negli inchiostri fra cui anche quelli su alimenti confezionati in cartone. Anche in questo caso, qualche anno fa furono sequestrati milioni di litri di latte per bambini che risultarono contaminati. E nell’ottica del principio di precauzione, i timori sulla potenziale genotossicità hanno portato alla sua esclusione dal TetraPak. Non bisogna poi dimenticare il tema della sicurezza della plastica riciclata, che deve essere sottoposta a decontaminazione e igienizzazione. Nella consapevolezza, però, che i rischi di contaminazione non potranno mai essere azzerati del tutto.

Ridurre gli imballaggi è possibile

Ridurre gli imballaggi, e trovare delle alternative alla plastica, è possibile. Lo dimostrano le esperienze del negozio Vivigreen di Terni, illustrate da Serenella Bartolomei: uso di contenitori e imballaggi in bioplastica compostabile, di retine riutilizzabili, di sacchetti compostabili messi a disposizione anche dei produttori locali, vuoto a rendere sul latte sfuso in bottiglia, possibilità per i consumatori di usare contenitori sfusi da casa per la cosmesi e i prodotti detergenti.

Lo dimostra il progetto sperimentale della Spesa Sballata, attuata in provincia di Varese e raccontata da Silvia Colombo. È la sperimentazione, fra una trentina di famiglie, in nove punti vendita della Gdo (Carrefour e Coop) dell’uso di contenitori riutilizzabili dotati di coperchio e di retine per fare la spesa. La sperimentazione, avviata fra l’altro a febbraio 2020, si è dimostrata adatta anche in pandemia e avallata da linee guida sanitarie.

La legge per fare tutto questo esiste. È il decreto 141/19 per il quale i clienti possono usare contenitori propri per fare la spesa, se riutilizzabili, puliti e idonei all’uso alimentare. La sperimentazione della Spesa Sballata punta ad allargarsi ma suggerisce già di essere una proposta particolarmente adatta soprattutto ai negozi di vicinato, che hanno procedure più semplici per la vendita – per dire, la GDO ha dovuto ritarare le bilance per far partire il progetto nei punti vendita aderenti.

C’è poi il grande tema dell’alternativa all’uso della plastica. “Inizia davvero l’era plastic free”, dicono dalla società Qwarzo, che sta mettendo sul mercato una serie di prodotti in carta qwarzata (si chiama così) che sostituiscono la plastica aggiungendo alla carta le proprietà del vetro. Con questa speciale carta sono già disponibili palette di caffè e gelato, a breve arriveranno sul mercato le cannucce, fra le applicazioni possibili ci sono la carta per il fresco, i piatti in carta e altro packaging alimentare.

 

spreco alimentare in Italia

Lo spreco alimentare in Italia, webinar “Il cibo è salute”

 

Lo spreco alimentare, una piaga mondiale

La valorizzazione del cibo come salute si porta dietro, naturalmente, il grande tema dello spreco alimentare. «È un fenomeno che non ha una definizione univoca al mondo – ha detto il professor Luca Falasconi, Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agro-Alimentari dell’Alma Mater Studiorum, Università di Bologna – e chiama in causa il rapporto della società e delle persone col cibo».

Nonché i paradossi in cui si muove il cibo. Uno è fondato sulla disuguaglianza: il 5% della popolazione mondiale usa un terzo delle risorse alimentari dell’intero Pianeta. Un altro riguarda il contrasto fra denutrizione e obesità, problema particolarmente sentito non solo in Italia ma anche in paesi come Nigeria, Uganda, Messico, Egitto. L’altro riguarda l’impiego non ottimale delle risorse alimentari.

«Un terzo della produzione alimentare vegetale del pianeta viene destinata all’allevamento animale», sottolinea Falasconi. Questo però porta a squilibri. Un ettaro di terreno coltivato a patate, racconta l’esperto, può sfamare 22 persone in un anno; un ettaro di terreno a riso può sfamare 19 persone l’anno; un ettaro coltivato a foraggio per allevare bovini oppure ovini può sfamare una o due persone l’anno.

E dal 1967 a oggi la produzione animale è esplosa: l’allevamento del pollame è aumentato del 700%, quello dei suini del 300%, quello di ovini e bovini del 200%. Altra distorsione deriva dalla produzione di biocarburanti: un ettaro di terreno coltivato a mais può sfamare una persona per un anno o fare un “pieno” al serbatoio, per una volta sola.

Il cibo non è distribuito in modo equo. La Fao stima che un terzo del cibo prodotto al mondo venga sprecato. Lo spreco alimentare rimanda dunque, spiega Falasconi, all’insieme dei prodotti scartati o perduti lungo tutta la filiera agroalimentare. È tutto il cibo che ha perso valore commerciale ma non caratteristica di cibo. Sono i prodotti utilizzabili ma non più vendibili, che perdono la caratteristica di merce ma non quella di alimento. A quanto ammonta dunque questo spreco?

A livello planetario sono sprecati o persi il 30% del pesce, il 20% della carne, il 45% di frutta e verdura, il 30% dei cereali. Sono alla voce pesce, è l’equivalente di 3 miliardi di salmoni.

In Europa gli sprechi alimentari si concentrano per il 43% nel consumo domestico. In Italia si spreca qualcosa come 2 milioni e mezzo di tonnellate di cibo a livello domestico.

Le cause degli sprechi alimentari sono molteplici, ma alcune colpiscono in modo particolare – anche per la diffusione fra i consumatori. Sono infatti l’assenza di consapevolezza dei consumatori che ad esempio, quando fanno la spesa, evitano di comprare i prodotti con imballaggio rovinato – prodotti che verranno buttati via dai punti vendita per il solo fatto di avere, ad esempio, il cartone di un rivestimento strappato.

Altre cause, spiega Falasconi, sono «la straordinaria abbondanza di cibo, la straordinaria accessibilità, la straordinaria economicità». Brutalmente: «possiamo permetterci di buttare via cibo».

Allo stesso tempo, possiamo anche invertire la rotta, almeno a livello di consumo domestico.

«È vero che il consumatore è la pecora nera dello spreco alimentare lungo la filiera, ma se tutti noi consumatori decidessimo di essere più attenti e ridurre a zero lo spreco, il 40% dello spreco alimentare verrebbe risolto». E questo dà un grande ruolo ai consumatori nella lotta allo spreco di cibo. L’imperativo è dunque uno: «Ridare valore al cibo».

La riduzione dello spreco

Questo significa anche impegnarsi nella gestione dei rifiuti – scoprendo la valorizzazione degli scarti organici attraverso il compostaggio domestico. E impegnarsi nella riduzione dello spreco. Anche in questo caso, le pratiche virtuose non mancano. Due su tutte.

Una è quella dell’app Too Good To Go, che mette in contatto gli esercizi al dettaglio con gli utenti quando ci sono prodotti invenduti a fine giornata, specialmente cibo fresco invenduto. I consumatori ritirano una magic box a sorpresa e hanno cibo “troppo buono per essere gettato via”, venduto a un terzo del suo prezzo. A livello globale, è un’esperienza che ha permesso di salvare 50 milioni di pasti, 2 milioni in Italia.

L’altra esperienza virtuosa è quella di Regusto, piattaforma blockchain per la gestione delle eccedenze e degli stock. Attraverso Regusto le aziende possono vendere o donare i propri prodotti a enti non profit e associazioni convenzionate. La piattaforma traccia le transazioni in blockchain e calcola la riduzione di impatto ambientale generata, nonché le persone raggiunte dai beni donati o venduti. In media all’interno di Regusto vengono donate e vendute più di 25 tonnellate di beni al mese.

 

“Realizzato/acquistato nell’ambito del Programma generale di intervento della Regione Umbria con l’utilizzo dei fondi del Ministero dello Sviluppo Economico. Ripartizione 2018”

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